Ingresso: 5.00 euro

my movies consiglia la visione ai maggiori di 13 anni

 

SINOSSI

Adriano Doria è “l’imprenditore dell’anno” nella nuova Milano da bere. Guida una BMW, porta al polso un Rolex vistoso, ha una moglie e una figlia adorabili e un’amante bella come Miss Italia. Ma ora si trova agli arresti domiciliari, accusato di aver ucciso l’amante Laura, nonostante si dichiari del tutto innocente. Per salvarsi dalla galera la sua unica speranza è Virginia Ferrara, avvocatessa penalista di gran fama. Virginia però vuole che Adriano le racconti per filo e per segno (perché “la plausibilità è nei dettagli”) tutta la verità e nient’altro che la verità, in quello che pare, a tutti gli effetti, un interrogatorio. Ma stabilire la verità non sarà facile, e ci vorrà tutta l’abilità dell’avvocatessa per trovare il bandolo della matassa.

Il testimone invisibile è il remake del noir spagnolo Contratiempo scritto e diretto da Oriol Paulo, ora adattato per il grande schermo italiano dal regista Stefano Mordini insieme a Massimiliano Catoni.

La struttura narrativa è solida, e riserva più di una sorpresa. E se l’ambientazione per buona parte della storia fa pensare a Il capitale umano (anche se qui siamo in Trentino, e là in Brianza) la trama rimanda a La ragazza nella nebbia. Niente è come sembra, e la stessa storia può essere raccontata da angolazioni diverse, illuminando diverse verità.

Ci sono molte ingenuità, molti dialoghi eccessivamente verbosi (“Mi sembra di essere in condizione di poterti dire di no”), molti momenti in cui la recitazione appare didascalica e forzata. Ma Mordini gioca bene con il genere e i suoi topos: la femme fatale, il delitto perfetto, le ombre lunghe, le false piste, la polizia inadeguata, i testimoni inaffidabili. La prima parte del film è una lettura classica, fin troppo stereotipata, sulla quale però si stratificano varie letture successive, ognuna più spiazzante, seguendo una struttura caleidoscopica in cui ad ogni successiva inclinazione corrisponde un nuovo scenario. E mentre alcune svolte sembrano fin troppo prevedibili (perché lo sono, intenzionalmente), almeno una è davvero sorprendente. Per arrivarci bisogna aver prestato davvero attenzione ai dettagli e agli oggetti di scena – giacché tutto il mondo è palcoscenico.

Riccardo Scamarcio fa ancora una volta leva sull’archetipo dell'”imbecille arrogante”, Miriam Leone è una dark lady ambigua e sfuggente, Fabrizio Bentivoglio si cimenta nel suo solito accento nordico (il padovano de La lingua del santo, si direbbe) affiancato dalla rodigina Maria Paiato, di consumata esperienza teatrale. Ma sarà soprattutto la sceneggiatura, in cui tutto deve essere rivisto e riesaminato al contrario, a tenere desta l’attenzione degli spettatori.