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Ingresso: 5,00 euro

 

SINOSSI

Ci sono tutti, i personaggi principali del romanzo di Collodi, nel Pinocchio di Matteo Garrone: Geppetto e il suo burattino di legno, Lucignolo, Mangiafuoco, la Fata Turchina, il Grillo Parlante, il Gatto e la Volpe, fino all’Omino di burro, il Tonno e la Balena. Perché questo ennesimo adattamento cinematografico di una delle favole italiane più note nel mondo è enormemente rispettoso dell’originale, come già era stato Il racconto dei racconti al testo di Gianbattista Basile.

C’è una cura devota nella ricerca delle facce giuste, negli scenari che chiunque abbia letto Pinocchio ha immaginato, nei dettagli dei costumi, del trucco (impressionante il legno con cui è costruito il bambino), degli effetti speciali artigianali, come lo erano stati ne Il racconto dei racconti, e utilizzati con grande parsimonia, ovvero solo quando narrativamente necessari.

In questa cura c’è tutto l’amore e la reverenza che Garrone ha verso il testo di Collodi, il suo perfetto equilibrio nel dosaggio degli elementi narrativi e nella caratterizzazione di personaggi che sono diventati archetipi, verso quell’ingranaggio drammaturgico che vede il percorso di iniziazione alla vita di un burattino che sogna di diventare un bambino (e dunque un uomo) vero dipanarsi per corsi, ricorsi e inciampi, sempre due passi avanti e uno indietro, con un andamento ad elastico sempre pronto a ritornare bruscamente al punto di partenza, proprio quando sembrava così vicino al salto evolutivo.

Gli interpreti son perfetti: Benigni trattenuto e straziante (come già il Nino Manfredi del Pinocchio televisivo di Luigi Comencini), il piccolo Federico Ielapi minuto ma tosto, sempre in equilibrio fra intraprendenza e desiderio di appartenere, disobbedienza e lealtà.

E poi Massimo Ceccherini e Rocco Papaleo, nati per diventare la Volpe e il Gatto, Gigi Proietti credibilissimo come il burbero Mangiafuoco dallo starnuto facile, le due fatine (bambina e adulta) Alida Baldari Calabria e Marine Vacht, la prima compagna di giochi (e marachelle), la seconda mamma e Madonna; il grillo parlante Davide Marotta. Standing ovation per Maria Pia Timo (la Lumaca), Enzo Vetrano (il Maestro) e Nino Scardina (L’Omino di burro).

Il personaggio meno sviluppato è Lucignolo, che ha la bella faccia da scugnizzo del piccolo Alessio Di Domenicantonio, e forse è qui il motivo per cui questo Pinocchio è visivamente bellissimo e filologicamente impeccabile, ma manca di quel guizzo anarchico che ci aspettavamo da Pinocchio e da Matteo Garrone. In questo senso anche l’assenza di Melampo apre la porta a un dubbio: che lo spirito trasgressivo di Collodi, che fra le righe fa il tifo per Lucignolo e disprezza Melampo, sia stato edulcorato dalla necessità di costruire una favola più addomesticata, meno apertamente provocatoria.

E se il ritratto feroce del Maestro fatto da Garrone lascia pensare che Pinocchio non avesse poi sbagliato a marinare la scuola, il tono pacificato, da abbecedario, di questa trasposizione cinematografica toglie un po’ di quella forza sovversiva che ha reso Pinocchio immortale, e la sua curiosità un vettore narrativo pari alla curiositas di Ulisse.

Resta comunque negli occhi l’incanto di questa favola in cui si sentono gli scricchiolii del legno e si pattina sulla bava della Lumaca, dove gli scivoli del Paese dei Balocchi sono ricavati dalle macchine agricole e Pinocchio smaschera i cattivi salutandoli con un gesto della mano e un tenero (ma risolutivo): “Addio, mascherine!”.